19 febbraio 2018

Fontana di Trevi, uno sguardo ai documenti contabili.

 

ASR,Catasto urbano
 particolare di Fontana di Trevi

Pareva che dopo la morte dei grandi architetti attivi  fra la fine del '500 e il '600, cioè Giacomo della Porta (1532-1602),  Carlo Maderno (1556-1629),  Girolamo Rainaldi (1570-1655), e sopratutto Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) non si  potesse  più pensare alla costruzione delle grandiose fontane romane, quando quasi inaspettatamente, nel 1733, l'architetto Niccolò Salvi, romano, nato nel 1699 e morto nel 1761, autore di modeste opere, (quali la ricostruzione della chiesa di Santa Maria in gradi di Viterbo, il Ciborio de' Benedettini di Montecassino, gli altari di San Pantaleo, di San Niccolò in San Lorenzo in Damaso e di Sant'Eustachio), per  commissione di Clemente XII, ideò il sontuoso prospetto dell' acqua Vergine detta di Trevi.


LE FATTURE PER I LAVORI DI FONTANA DI TREVI. E tutti i lavori (.. eseguiti dai chiavari, muratori, facchini, trasportatori delle pietre, stagnari, muratori, fontanieri, scalpellini, intagliatori, falegnami, vetrai, imbiancatori etcfatti per la costruzione della monumentale fontana di Trevi sono ben documentati nelle carte conservate dall'ufficio di Computisteria dell'archivio  della Presidenza degli acquedotti urbani, conservato presso l'Archivio di Stato di Roma. 
Banco di Napoli,
esempio di filza

Tutti questi conti e fatture (1) (che vanno dal 10 settembre 1728 al 14 febbraio 1753) contengono il dettaglio dei tantissimi lavori eseguiti per la costruzione di questa monumentale fontana dalle maestranze, che formavano il cantiere della fontana settecentesca più importante di Roma presentate all'amministrazione pontificia, presentati per essere pagati per le attività svolte.
L'amministrazione degli acquedotti, a cui spettava il pagamento delle spese fatte per le fontane di Roma,  conservava questo tipo di documenti (le cosìdette pezze d'appoggio) per mantenere  memoria dei pagamenti fatti.

Infatti tutti quelli che avevano ricevuto l'incarico di eseguire i vari lavori necessari per l'esecuzione di questa grandiosa opera dovevano presentare all'amministrazione pontificia le i conti  e le  fatture per essere poi pagati.

Quindi sebbene si tratti di scritture contabili, spesso freddi elenchi dei lavori eseguiti, dal più umile chiavaro al più elevato architetto e scultore, con il relativo costo in scudi, sono comunque carte preziose!! 

Perchè vengono descritti e consegnati alla storia della fontana più famosa del mondo il dettaglio dei lavori fatti, e a seguire la descrizione dei materiali impiegati.
I conti sono tutti tarati dall'architetto Nicola Salvi responsabile dell'esecuzione del progetto di Fontana di Trevi.

I MANDATI DI PAGAMENTO. Va inoltre tenuto presente che l'atto successivo al controllo dei conti e fatture  era il mandato di pagamento emesso dall'amministrazione e con cui  il creditore poteva presentarsi di solito al Monte di pietà di Roma, che svolgeva il compito di banca centrale dello Stato, per farsi pagare..

Quindi anche la lettura dei mandati di pagamento permette di ricavare interessanti particolari: dal nome intestatari dei mandati, alle somme da liquidare e alle causali del pagamento.

Per intestatari dei mandati si intendono sia i nomi delle maestranze (chiavari, muratori, facchini, trasportatori delle pietre, stagnari, muratori , fontanieri, scalpellini, intagliatori, falegnami, vetrai, imbiancatori etc), ma anche per gli artisti (vedi lo scultore Benaglia) a favore dei quali il mandato si spediva.
Insomma ci si trova così di fronte ad un mondo sommerso di artigiani e artisti che, come in un affresco corale, contribuirono al perfezionamento di una grandiosa opera d'arte,  diventata uno dei simboli della città eterna. 

La lettura di tutti questi conti, spesso assai minuziosi, permette di vivificare il notevole lavoro occorso e dimostrare la buona organizzazione delle diverse fasi e tipologia di lavori richiesti per portare a termine il progetto di Nicola Salvi.

LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. L'Archivio di Stato di Roma conserva tali conti nell'archivio Presidenza degli acquedotti urbani
Questo post è una sintesi di un articolo dal titolo "Le fonti per l'Ornato di Fontana di Trevi" di Marina Morena pubblicato in "Fontana di Trevi. La storia, il restauro" a cura di Luisa Cardilli, Ed. Carte segrete,1991.In  gergo archivistico, sono tre  filze, intendendosi con questo termine un fascio di scritture cucite insieme e coperte da una cartapecora o cartone fermato con lacci.

6 febbraio 2018

Fontane e fontanelle a Roma


Andare in giro per Roma permette di ammirare le belle scenografie delle sue piazze, create soprattutto grazie alle molteplici fontane, quelle storiche, le più belle. 
Ed è vederle quasi sempre segnate dal tempo, ma non solo... incuria e abbandono, atti vandalici e furti, sbagliate scelte urbanistiche e inquinamento atmosferico sono i nemici sempre in agguato del nostro patrimonio culturale. 
Dal Rinascimento Roma conosce una grande stagione di fioritura artistica che, grazie al mecenatismo papale, arricchisce le sue piazze di numerose e pregiatissime fontane pubbliche.


Nella Roma città d’acque, le fontane costituiscono una caratteristica architettonica peculiare. Sono  anche celebrazione del potere dei papi, che le fanno costruire, a testimonianza della loro sollecitudine sociale nei confronti della popolazione.
La presenza dell'acqua, oggi come nel passato, è un elemento fondamentale per consentire l'insediamento della popolazione e lo sviluppo delle civiltà. Grande è stata quindi fin dall’antichità l’importanza data allo sfruttamento delle risorse idriche del territorio di Roma, così come tecnologicamente avanzate sono state le maggiori realizzazioni fatte dagli ingegneri idraulici romani, di cui gli acquedotti costituiscono un esempio straordinario.
Esigenze di risanamento, rinascita e espansione della città eterna indirizzano l’azione politica dei pontefici del Rinascimento, che grazie all'attenzione verso la costruzione di infrastrutture e  di opere pubbliche mostrano un concreto impegno per migliorare le condizioni di vita della gente, sullo sfondo la riqualificazione urbana della città.

2 febbraio 2018

I pontefici in viaggio fra '500 e '600...

ASR, Catasto Alessandrino, particolare
della strada Flaminia, fuori porta del Popolo
I viaggi del Santo Padre per visitare comunità cattoliche lontane da Roma e così incontrare rappresentanti della gerarchia cattolica, sovrani, capi di stato, nobili e devoti popolani hanno una lunga tradizione nella storia della Chiesa, e rappresentano ieri, come oggi, un momento centrale dell'esercizio del suo ministero universale.

MOTIVI DEI VIAGGI. In particolare tra il '500 e il '600, i viaggi fatti dai pontefici avevano come meta le province settentrionali dello Stato pontificio: Bologna, Ferrara, il ducato di Parma  e Piacenza (in mano ai Farnese), Perugia,  Ancona (etc)...E non era un caso!
Perchè i pontefici. con un numeroso seguito,  si recavano in questi luoghi, nonostante le difficoltà che i viaggi in quelle epoche comportavano?  
Non certo per motivi religiosi o caritatevoli!! 

Questi autorevoli personaggi, eletti non per meriti religiosi, ma in quanto rappresentanti di potenti famiglie, come Della Rovere, Medici, Farnese, Borghese, Ludovisi, Aldobrandini  Barberini,  Chigi, Pamphili etc...( e la lista potrebbe continuare) avevano fra i loro scopi il controllo delle ricche province settentrionali dello Stato, sottomesse proprio a partire dal secolo XVI in un  gioco di poteri e allenze con stati esteri.

Bologna nel 1500
SCOPO DEI VIAGGI. Questi viaggi, documentati dalle carte d'archivio, erano occasione anche  per incontrare famigliari (nipoti o addirittura figli), insediati da questi papi nepotisti in punti chiave  del quadro politico dell'epoca. 
Figli  e nipoti nominati cardinali, o sistemati in posizioni politicamente strategiche come il caso di Ottavio Farnese, duca di Parma e Piacenza, nipote del papa Paolo III. 

II pontefici, inoltre, con questi viaggi avevano l'opportunità di controllare l'operato dei loro delegati.

Alcuni di questi viaggi  riguardano Paolo III (1534- 1549) della pontente stirpe dei Farnese, Clemente VIII (1592-1605) degli  Aldobrandini e Innocenzo X (1644 al 1655), della famiglia Pamphili.

A parte quindi l'importanza politica di queste carte d'archivio, che ci introducono nelle situazione dell'epoca intrisa di alleanze e nepotismo, le stesse si prestano, anche ad altre letture e ci danno altro tipo di informazioni.

Conoscere ad esempio le modalità del viaggio in quelle lontane epoche, i mezzi di trasporto utilizzati per portarsi dietro i viveri (etc), per la cucina e la bottiglieria, per il forno e tutto il resto caricato sui muli.
S.Anna (G.Hamerani 1679-1709)
Medaglia devozionale (Zecca di Roma )
Ma non basta! A ciò si aggiungono elenchi di spese fatte per mantenere i componenti del seguito  del pontefice (ufficiali, tesoriere, datario, scrittori di brevi, cantori della cappella. suonatori etc). Ogni ben di Dio!!!

REGALI PREZIOSI. Va detto che ogni papa si portava dietro e dispensava durante i suoi viaggi preziosi oggetti, che  grazie alle liste contenute in questi documenti è possibile conoscere. 
Dal diverso valore di questi oggetti, quasi sempre a carattere religioso, si possono ricostruire le gerarchie dei rapporti  del papa con i vari sovrani, i nobili, le nobildonne e i personaggi importanti incontrati durante solenni cerimonie.
Viene citato anche Loreto, come santuario toccato in questi viaggio, a cui eran destinato una preziosa statua della madonna in oro.
L'elenco di questi oggetti può continuare: croci con reliquie, libri miniati, quadri d'ebano e argento, preziosi agnus dei,  corone, catene, ma anche  medaglie d’oro e d’argento e gioielli (etc) per le dame...In alcuni casi viene riportato anche il nome degli artisti orafi e argentieri, che li avevano fatti.
Se ci fermiamo a riflettere, questa usanza è viva anche oggi: quando il Papa riceve  o si reca in altri stati o incontra qualche personaggio importante c’è sempre uno scambio di doni.

medaglia di Clemente  XII
(Zecca di Roma )
RACCONTI DI VIAGGIO. Sempre a proposito degli scritti sui viaggi del passato,  esiste invece un’ altra tipologia di documenti che nasce però fin dall’inizio e nell'intenzione di chi li pone in essere per trasmettere delle conoscenze: sono ad esempio i vari resoconti dall'esperienza di viaggiatori, che venivano a Roma o che si recavano il altri luoghi e  poi diffondevano le loro esperienze tramite racconti e dalle descrizioni presenti negli scritti di viaggio. Ma questa è un’altra storia....

LE CARTE D'ARCHIVIO. Alcuni documenti dell' Archivio di Stato di Roma riferiscono di numerosi viaggi, fatti in epoche lontane, che spingevano il papa a muoversi da Roma per molteplici ragioni. Un' eco fortissima di importanti eventi, collegati a queste visite,  si ritrova in alcuni registri (vedi ASR, Camerale I, Viaggi dei pontefici e sovrani. Per l'inventario di questa serie, vedi A. Corbo, in  Rassegna degli archivi di Stato, 1965, n.3) scritti però senza lo scopo esplicito di trasmettere conoscenze su questi avvenimenti, ma principalmente per fini contabili: l'intenzione era quella di  rendicontare le consistenti spese, che questi avvenimenti eccezionali comportavano per l'amministrazione finanziaria dello Stato pontificio, sempre in difficoltà economica.



12 gennaio 2018

Un viaggio a Madrid nel 1736-38. Fra spese pazze e debiti condonati...



cardinale Ludovico di Borbone 
(da bambino) 

Nel concistoro del 19 dicembre 1735 il pontefice Clemente XII (1730-40) nomina cardinale un bambino di soli 8 anniLudovico di Borbone, Infante di Spagna.
Già l'anno prima, nel 1734. per insistenza della madre Elisabetta Farnese, seconda moglie del potentissimo re Filippo V di Spagna, il bambino era stato proposto come arcivescovo di Toledo dal re suo padre.
Si sa come andavano le cose quando c'erano di mezzo personaggi potenti e arroganti...

IL RE DI SPAGNA FA PRESSIONI. 
E' probabile però che a causa delle forti pressioni subite, e al desiderio di mostrare benevolenza al potente Re spagnolo, il pontefice trovasse un escamotage facendo assegnare comunque al fanciullo le ricche rendite provenienti dall'arcivescovato, e nominando un tutore spirituale. Diventato adulto, Ludovico sarebbe potuto subentrare come arcivescovo. 
Un altro colpo di scena riguarda invece il cardinalato. Alla pressante richiesta di nominare il bambino Ludovico cardinale sembrerebbe che Papa Clemente XII cercasse di opporsi, adducendo come valido motivo la troppo giovane età. 
Ricordiamo che Papa Sisto V aveva stabilito in 30 anni l'eta per diventare cardinali. 
Nel  1735 Clemente XII, andando contro le regole,
nominò Ludovico di Borbone cardinale.

IL CAPPELLO CARDINALIZIO. La prassi dell'epoca stabiliva che dovesse essere il Sommo Pontefice a nominare i Cardinali durante una cerimonia chiamata «Concistoro»
card. Ludovico 
di Borbone
(in età adulta)
Di conseguenza il cappello cardinalizio di colore rosso -il galero- doveva essere imposto per mano del Papa, che contestualmente pronunciava queste parole "ricevi questo cappello rosso; esso significa che fino alla effusione del sangue ti devi mostrare intrepido per l'esaltazione della fede, la pace e la prosperità del popolo cristiano, la conservazione e l'accrescimento della S. Chiesa". Il galero è  stato reso facoltativo dopo la riforma liturgica di papa Paolo VI (1963-1978)

LA CARRIERA DI MONSIGNOR ALTOVITI. Dato che il fanciullo era straniero e viveva a Madrid, il papa avrebbe dovuto incaricare un suo sostituto per consegnare il cappelloLa prestigiosa nomina del bambino-cardinale comportava  la necessità  per consegnare il cappello simbolo del cardinalato.
Per svolgere l'incarico venne designato monsignor Luigi Innocenzio Altoviti (16 ottobre 1691-2 ottobre 1744.). 
Entrato in prelatura quando lo zio di suo cognato era stato eletto pontefice, il già citato fiorentino Papa Clemente XII, Luigi Innocenzio Altoviti fu destinato prima ne 1731 a portare la berretta cardinalizia al cardinal Guadagni in Arezzo. Poi fu eletto canonico di San Pietro nel 1732 e cameriere segreto del papa nell'anno appresso. 
Cardinale
 con il galero
Nel 1734 fu promosso economo e segretario della fabbrica di San Pietro, e dopo due anni fu ammesso come soprannumerario fra i protonotari apostolici partecipanti.
Nell'anno stesso fu mandato in missione diplomatica a Madrid con l'incarico di  portare il cappello cardinalizio all' infante Ludovico di Borbone eletto cardinale, e infine nel 1742 fu nominato chierico di camera.
Tutto faceva presagire una ulteriore luminosa carriera quando la morte troncò le sue e le speranze della famiglia il dì 2 ottobre 1744.

LE SPESE PER IL VIAGGIO A MADRID. Per andare in Spagna a svolgere la sua "missione", Monsignor Altoviti aveva necessità di denaro!
Perciò il papa con un suo ordine scritto, il cosìdetto chirografo, si rivolse al tesoriere generale per accreditargli la cospicua somma di 4000 scudi, in previsione delle considerevoli spese da sostenere per il viaggio, per dimorare in Madrid e per svolgere con la dovuta solennità e sfarzo tale incarico.
Tale somma doveva servire anche alle spese della numerosa comitiva al seguito del monsignore
Ma non basta: la missione doveva  essere svolta - lo dicono i documenti - con  pompa magna.  
Non va dimenticato che Mons. Altoviti era da considerare il rappresentante del pontefice presso la corte spagnola!
L'intera, ingente somma doveva però essere rendicontata. Ciò voleva dire che il monsignore doveva  presentare delle fatture a testimonianza delle spese effettivamente sostenute. 
Corte spagnola
(tra sec. XVII-XVIII)

NUOVA RICHIESTA DI DENARO, UN ANNO DOPO. Ma il denaro  che il monsignore si trova a gestire ben presto finisce. Le fonti tacciono i particolari  del caso: forse si trattò di cattiva amministrazione, di voraci cortigiani (e cortigiane?), di poca accortezza nello spendere. Inoltre il soggiorno si prolungò notevolmente.....
Resta il fatto che per mantenere l'alto tenore di vita e la costosa comitiva, nel novembre del 1737, mons. Altoviti dovette bussare di cassa e chiedere un ulteriore accreditamentoNon gli fu concesso, tuttavia.
Si può solo immaginare il borbottare tra il pontefice e i suoi amministratori di fronte ad una simile richiesta. 

CONCESSIONE DI UN PRESTITO E SUCCESSIVO CONDONO. Però Monsignore Altoviti ottenne altri 6000 scudi,  ma questa volta si trattava di un prestito. 
Tale somma era da restituire al suo ritorno a Roma
Nelle carte d'archivio si fa solo un cenno alle cospicue spese d’ingresso sostenute per accreditarsi nella Corte di Madrid, a causa anche dello sfarzo che la caratterizzava.
Ovviamente per il prelato italiano non sarebbe stato facile restituire una somma così cospicua.
Madrid, Escorial
Si fece perciò ricorso ad un condono. Sempre grazie ad un chirografo, il pontefice concesse un condono di scudi 6000 dalla somma totale di 10.000 scudi, che Altoviti aveva ricevuto. 
Restavano comunque da restituire e rendicontare soltanto i 4000 scudi iniziali. Non è tutto! Il pontefice abbuonò a mons. Altoviti l’obbligo di esibire in Camera i conti delle spese effettuate con i primi 4000 scudi.
Così alla fine si misero d'accordo e il monsignore versò soltanto la  somma iniziale di 4000 scudi nelle casse dello Stato, in data 13 agosto 1738.

LE CARTE D'ARCHIVIO. Cfr. alcune carte conservate nell'archivio Camerale II - Computisteria (in particolare questo era  l’ufficio che registrava i conti, in entrata e in uscita della Camera Apostolica e revisionava i libri di contabilità. - come dire, una specie di Ragioneria generale dello stato-) conservato presso l'Archivio di Stato di Roma è possibile seguire la vicenda.

11 dicembre 2017

1526, Descriptio Urbis - il primo censimento della popolazione di Roma


Nel 1526, pochi mesi prima del terribile episodio passato alla storia come Sacco di Roma, avvenuto il 6 maggio 1527,  fu compilato un documento importantissimo e raro per conoscere Roma e i suoi abitanti un censimento, redatto sotto il pontificato di Clemente VII (1523-1534), che probabilemnte aveva scopi fiscali.

IL CENSIMENTO DEL 1526. La Descriptio Urbis o censimento della popolazione di Roma è un documento fondamentale per la storia di Roma all’inizio dell’evo moderno. 
Raro perchè è il primo documento, dall’antichità, che offre un panorama complessivo della popolazione romana, redatto un anno prima dell’arrivo dei lanzichenecchi di Carlo V, che la metteranno a ferro e fuoco.
Il manoscritto offre preziose informazioni  sui singoli individui,  sui lavori che assicuravano ai romani i mezzi di sostentamento, sulla suddivisione degli abitanti nei vari rioni, sul luogo di nascita degli immigrati che costituivano una larga parte della popolazione. 
Va sempre considerato poi, quando parliamo della città sede del papato,  che oltre ai suoi abitanti, Roma aveva, ieri come oggi, sempre attirato una moltitudine di gente straniera e non. 
E Roma, poco prima di questo tragico avvenimento (1527), raggiungeva le 55.000 unità, prevalentemente composti da colonie provenienti da varie città italiane, a maggioranza fiorentina.
L'improvviso affollamento causato dalle decine di migliaia di lanzichenecchi aggravò pesantemente la situazione igienica, favorendo oltre misura il diffondersi di malattie contagiose che decimarono tanto la popolazione, quanto gli occupanti.
Alla fine di quell'anno tremendo, la cittadinanza di Roma fu ridotta quasi alla metà dalle circa 20.000 morti causate dalle violenze o dalle malattie.
STORIA DEL MANOSCRITTO. La "Descriptio Urbis o Censimento della popolazione di Roma avanti il sacco borbonicorisalente ai sec. XVIII-XIX  fu pubblicato  da Domenico Gnoli (1), Roma 1894, in "Archivio della Società Romana di Storia Patria", XVII, pp. 375-520. 
Il manoscritto è conservato oggi presso la Biblioteca nazionale centrale di Roma, e contiene  descrizione e notizie  di mano di Aldo Gnoli, da cui è stato acquistato nel 1944.
Aldo Gnoli fu studioso di cose romane per eredità familiare, in quanto nipote del celebre Domenico Gnoli, fu anzitutto attento studioso del Belli e poeta egli stesso. Si dedicò poi alla cura dei lavori lasciati incompiuti o inediti dal nonno. 
 
LETTERATI E ERUDITI A ROMA NELL'OTTOCENTO. Questi particolari ci riportano al clima di erudizione della Roma dell'Ottocento. 
Il censimento lo conoscevano in pochi, anche perchè pochissime erano le copie  in circolazione. 
Nell'Archivio della società Romana di Storia Patria, l'articolo a firma di Domenico Gnoli, (Roma1838Roma915)  poetastorico e bibliotecario italiano, cui si deve la pubblicazione del censimento (1), riferisce addirittura l'esistenza di solo due copie. 
E una di queste era presso un archivista, in servizio all'epoca presso l'Archivio di Stato di Roma.
Si trattava di Costantino Corvisieri (Roma1822 – Roma11 dicembre 1898), storico, archeologo, erudito e cultore di studi romani oltrechè capo sezione e poi  primo archivista proprio nell'Archivio Stato di Roma, in servizio dal  1871 al 1898.
Ma non solo! Corvisieri è stato uno dei fondatori, nonché primo presidente della Società romana di storia patria, fondata il 5 dicembre 1876 in casa del barone Pietro Ercole Visconti da un gruppo di studiosi, spinti a questa fondazione dal desiderio di scrivere una nuova storia di Roma, nella quale la visione “municipale” avesse il predominio sulla visione “pontificia”, che fino a quel momento era stata predominante. La prima riunione dei soci fondatori si tenne proprio a casa di Costantino Corvisieri, che in quell’occasione fu eletto presidente. Tra il 1877 e il 1878 uscì il primo numero  dell’«Archivio della Società Romana di storia patria». 
Intanto, due anni dopo nel 1878 fu eletto pontefice Leone XIII, che ben presto aprì agli studiosi di tutto il mondo gli Archivi Vaticani.
La Società all’inizio non ebbe una sede: le riunioni si tennero prima a casa del Presidente, poi, per concessione del principe Chigi, presso la Biblioteca Chigiana, quindi in alcuni locali presso San Carlo in via Quattro Fontane 94 (oggi via Depretis) ed infine il ministro Guido Baccelli assegnò alla Società l’uso di tre stanze annesse alla Biblioteca Vallicelliana
La cura della conservazione e dell’incremento della Vallicelliana fu dallo stesso ministro affidata nel 1883 alla Società, al cui presidente fu concessa l’alta direzione della Biblioteca.

BIOGRAFIA DI COSTANTINO CORVISIERI, ARCHIVISTA PRESSO L'ARCHIVIO DI STATO DI ROMA. Figlio di Alessandro e di Flavia Nardini, Corvisieri era nato a Roma il 19 febbraio 1824 dove morì l’11 novembre 1898. Oltre agli studi in Filosofia, Diritto civile e Canonico, era anche Paleografo e corrispondente storico.
Il 12 novembre 1870, dopo la caduta dello Stato pontificio, Corvisieri fu delegato agli Archivi governativi di Roma per farne la relazione e curarne la conservazione a Roma. 
Il 25 marzo 1871 fu delegato al trasporto e all'ordinamento temporaneo di detti Archivi a Roma. 
Dal 30 dicembre 1871 rivestì il ruolo di capo sezione nell'Archivio di Stato di Roma, e dal 23 dicembre 1875 archivista di II classe. 
Poi il 24 marzo 1881, fu nominato primo archivista di I classe e il 22 novembre 1896 collocato in disponibilità per riduzione di ruolo 
Fu anche cavaliere della Corona d’Italia Consigliere della R. Società Romana di Storia Patria.
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(1) Cgf. D. Gnoli, Description Urbis o censimento della popolazione di Roma avanti il sacco borbonico, sta in 4, in "Archivio della Società Romana di Storia Patria", XVII, Roma 189, pp. 375-520. 

30 novembre 2017

Nomi di strade, piazze e vicoli di Roma prima dell'Ottocento

Andando a ritroso nel tempo, dobbiamo arrivare alla seconda metà del '700, perchè a Roma ci si ponga seriamente il problema dell'individuazione dei nomi di strade, piazza, vicoli etc. Fino a quel momento non era stato redatto alcun elenco ufficiale.

NOMI DI STRADE E PIAZZE. I nomi che indicavano le strade e le piazze di Roma erano spesso incerti e quasi sempre collegati alla presenza di chiese, palazzi, monumenti antichi etc, che costituivano importanti punti di riferimento per la popolazione oppure alla presenza di varie e specifiche attività attinenti alla sfera economico- sociale (mercati, botteghe artigiane, osterie, luoghi pubblici).
Così, il nome di una strada, di una piazza, di un vicolo (etc) non era stato deciso ufficialmente da un ufficio competente o da un magistrato incaricato, ma il toponimo si era formato spontaneamente e si era tramandato in quel modo per consuetudine. 
Questi nomi erano in sostanza quasi tutti di origine popolare. 
Per le strade e le piazze più importanti la denominazione invece era più esatta e si è mantenuta dal XIV-XV secolo fino ad oggi.
Inoltre non esistevano lapidi o tabelle con l'indicazione del nome, e non  solo, ma i singoli edifici erano sprovvisti di una numerazione civica. 
E' difficile oggi immaginare un tale sistema, e capire come ci si poteva orientare in una contesto così arbitrario e approssimativo.