12 gennaio 2018

Un viaggio a Madrid nel 1736-38. Fra spese pazze e debiti condonati...



cardinale Ludovico di Borbone 
(da bambino) 

Nel concistoro del 19 dicembre 1735 il pontefice Clemente XII (1730-40) nomina cardinale un bambino di soli 8 anniLudovico di Borbone, Infante di Spagna.
Già l'anno prima, nel 1734. per insistenza della madre Elisabetta Farnese, seconda moglie del potentissimo re Filippo V di Spagna, il bambino era stato proposto come arcivescovo di Toledo dal re suo padre.
Si sa come andavano le cose quando c'erano di mezzo personaggi potenti e arroganti...

IL RE DI SPAGNA FA PRESSIONI. 
E' probabile però che a causa delle forti pressioni subite, e al desiderio di mostrare benevolenza al potente Re spagnolo, il pontefice trovasse un escamotage facendo assegnare comunque al fanciullo le ricche rendite provenienti dall'arcivescovato, e nominando un tutore spirituale. Diventato adulto, Ludovico sarebbe potuto subentrare come arcivescovo. 
Un altro colpo di scena riguarda invece il cardinalato. Alla pressante richiesta di nominare il bambino Ludovico cardinale sembrerebbe che Papa Clemente XII cercasse di opporsi, adducendo come valido motivo la troppo giovane età. 
Ricordiamo che Papa Sisto V aveva stabilito in 30 anni l'eta per diventare cardinali. 
Nel  1735 Clemente XII, andando contro le regole,
nominò Ludovico di Borbone cardinale.

IL CAPPELLO CARDINALIZIO. La prassi dell'epoca stabiliva che dovesse essere il Sommo Pontefice a nominare i Cardinali durante una cerimonia chiamata «Concistoro»
card. Ludovico 
di Borbone
(in età adulta)
Di conseguenza il cappello cardinalizio di colore rosso -il galero- doveva essere imposto per mano del Papa, che contestualmente pronunciava queste parole "ricevi questo cappello rosso; esso significa che fino alla effusione del sangue ti devi mostrare intrepido per l'esaltazione della fede, la pace e la prosperità del popolo cristiano, la conservazione e l'accrescimento della S. Chiesa". Il galero è  stato reso facoltativo dopo la riforma liturgica di papa Paolo VI (1963-1978)

LA CARRIERA DI MONSIGNOR ALTOVITI. Dato che il fanciullo era straniero e viveva a Madrid, il papa avrebbe dovuto incaricare un suo sostituto per consegnare il cappelloLa prestigiosa nomina del bambino-cardinale comportava  la necessità  per consegnare il cappello simbolo del cardinalato.
Per svolgere l'incarico venne designato monsignor Luigi Innocenzio Altoviti (16 ottobre 1691-2 ottobre 1744.). 
Entrato in prelatura quando lo zio di suo cognato era stato eletto pontefice, il già citato fiorentino Papa Clemente XII, Luigi Innocenzio Altoviti fu destinato prima ne 1731 a portare la berretta cardinalizia al cardinal Guadagni in Arezzo. Poi fu eletto canonico di San Pietro nel 1732 e cameriere segreto del papa nell'anno appresso. 
Cardinale
 con il galero
Nel 1734 fu promosso economo e segretario della fabbrica di San Pietro, e dopo due anni fu ammesso come soprannumerario fra i protonotari apostolici partecipanti.
Nell'anno stesso fu mandato in missione diplomatica a Madrid con l'incarico di  portare il cappello cardinalizio all' infante Ludovico di Borbone eletto cardinale, e infine nel 1742 fu nominato chierico di camera.
Tutto faceva presagire una ulteriore luminosa carriera quando la morte troncò le sue e le speranze della famiglia il dì 2 ottobre 1744.

LE SPESE PER IL VIAGGIO A MADRID. Per andare in Spagna a svolgere la sua "missione", Monsignor Altoviti aveva necessità di denaro!
Perciò il papa con un suo ordine scritto, il cosìdetto chirografo, si rivolse al tesoriere generale per accreditargli la cospicua somma di 4000 scudi, in previsione delle considerevoli spese da sostenere per il viaggio, per dimorare in Madrid e per svolgere con la dovuta solennità e sfarzo tale incarico.
Tale somma doveva servire anche alle spese della numerosa comitiva al seguito del monsignore
Ma non basta: la missione doveva  essere svolta - lo dicono i documenti - con  pompa magna.  
Non va dimenticato che Mons. Altoviti era da considerare il rappresentante del pontefice presso la corte spagnola!
L'intera, ingente somma doveva però essere rendicontata. Ciò voleva dire che il monsignore doveva  presentare delle fatture a testimonianza delle spese effettivamente sostenute. 
Corte spagnola
(tra sec. XVII-XVIII)

NUOVA RICHIESTA DI DENARO, UN ANNO DOPO. Ma il denaro  che il monsignore si trova a gestire ben presto finisce. Le fonti tacciono i particolari  del caso: forse si trattò di cattiva amministrazione, di voraci cortigiani (e cortigiane?), di poca accortezza nello spendere. Inoltre il soggiorno si prolungò notevolmente.....
Resta il fatto che per mantenere l'alto tenore di vita e la costosa comitiva, nel novembre del 1737, mons. Altoviti dovette bussare di cassa e chiedere un ulteriore accreditamentoNon gli fu concesso, tuttavia.
Si può solo immaginare il borbottare tra il pontefice e i suoi amministratori di fronte ad una simile richiesta. 

CONCESSIONE DI UN PRESTITO E SUCCESSIVO CONDONO. Però Monsignore Altoviti ottenne altri 6000 scudi,  ma questa volta si trattava di un prestito. 
Tale somma era da restituire al suo ritorno a Roma
Nelle carte d'archivio si fa solo un cenno alle cospicue spese d’ingresso sostenute per accreditarsi nella Corte di Madrid, a causa anche dello sfarzo che la caratterizzava.
Ovviamente per il prelato italiano non sarebbe stato facile restituire una somma così cospicua.
Madrid, Escorial
Si fece perciò ricorso ad un condono. Sempre grazie ad un chirografo, il pontefice concesse un condono di scudi 6000 dalla somma totale di 10.000 scudi, che Altoviti aveva ricevuto. 
Restavano comunque da restituire e rendicontare soltanto i 4000 scudi iniziali. Non è tutto! Il pontefice abbuonò a mons. Altoviti l’obbligo di esibire in Camera i conti delle spese effettuate con i primi 4000 scudi.
Così alla fine si misero d'accordo e il monsignore versò soltanto la  somma iniziale di 4000 scudi nelle casse dello Stato, in data 13 agosto 1738.

LE CARTE D'ARCHIVIO. Cfr. alcune carte conservate nell'archivio Camerale II - Computisteria (in particolare questo era  l’ufficio che registrava i conti, in entrata e in uscita della Camera Apostolica e revisionava i libri di contabilità. - come dire, una specie di Ragioneria generale dello stato-) conservato presso l'Archivio di Stato di Roma è possibile seguire la vicenda.

11 dicembre 2017

1526, Descriptio Urbis - il primo censimento della popolazione di Roma


Nel 1526, pochi mesi prima del terribile episodio passato alla storia come Sacco di Roma, avvenuto il 6 maggio 1527,  fu compilato un documento importantissimo e raro per conoscere Roma e i suoi abitanti un censimento, redatto sotto il pontificato di Clemente VII (1523-1534), che probabilemnte aveva scopi fiscali.

IL CENSIMENTO DEL 1526. La Descriptio Urbis o censimento della popolazione di Roma è un documento fondamentale per la storia di Roma all’inizio dell’evo moderno. 
Raro perchè è il primo documento, dall’antichità, che offre un panorama complessivo della popolazione romana, redatto un anno prima dell’arrivo dei lanzichenecchi di Carlo V, che la metteranno a ferro e fuoco.
Il manoscritto offre preziose informazioni  sui singoli individui,  sui lavori che assicuravano ai romani i mezzi di sostentamento, sulla suddivisione degli abitanti nei vari rioni, sul luogo di nascita degli immigrati che costituivano una larga parte della popolazione. 
Va sempre considerato poi, quando parliamo della città sede del papato,  che oltre ai suoi abitanti, Roma aveva, ieri come oggi, sempre attirato una moltitudine di gente straniera e non. 
E Roma, poco prima di questo tragico avvenimento (1527), raggiungeva le 55.000 unità, prevalentemente composti da colonie provenienti da varie città italiane, a maggioranza fiorentina.
L'improvviso affollamento causato dalle decine di migliaia di lanzichenecchi aggravò pesantemente la situazione igienica, favorendo oltre misura il diffondersi di malattie contagiose che decimarono tanto la popolazione, quanto gli occupanti.
Alla fine di quell'anno tremendo, la cittadinanza di Roma fu ridotta quasi alla metà dalle circa 20.000 morti causate dalle violenze o dalle malattie.
STORIA DEL MANOSCRITTO. La "Descriptio Urbis o Censimento della popolazione di Roma avanti il sacco borbonicorisalente ai sec. XVIII-XIX  fu pubblicato  da Domenico Gnoli (1), Roma 1894, in "Archivio della Società Romana di Storia Patria", XVII, pp. 375-520. 
Il manoscritto è conservato oggi presso la Biblioteca nazionale centrale di Roma, e contiene  descrizione e notizie  di mano di Aldo Gnoli, da cui è stato acquistato nel 1944.
Aldo Gnoli fu studioso di cose romane per eredità familiare, in quanto nipote del celebre Domenico Gnoli, fu anzitutto attento studioso del Belli e poeta egli stesso. Si dedicò poi alla cura dei lavori lasciati incompiuti o inediti dal nonno. 
 
LETTERATI E ERUDITI A ROMA NELL'OTTOCENTO. Questi particolari ci riportano al clima di erudizione della Roma dell'Ottocento. 
Il censimento lo conoscevano in pochi, anche perchè pochissime erano le copie  in circolazione. 
Nell'Archivio della società Romana di Storia Patria, l'articolo a firma di Domenico Gnoli, (Roma1838Roma915)  poetastorico e bibliotecario italiano, cui si deve la pubblicazione del censimento (1), riferisce addirittura l'esistenza di solo due copie. 
E una di queste era presso un archivista, in servizio all'epoca presso l'Archivio di Stato di Roma.
Si trattava di Costantino Corvisieri (Roma1822 – Roma11 dicembre 1898), storico, archeologo, erudito e cultore di studi romani oltrechè capo sezione e poi  primo archivista proprio nell'Archivio Stato di Roma, in servizio dal  1871 al 1898.
Ma non solo! Corvisieri è stato uno dei fondatori, nonché primo presidente della Società romana di storia patria, fondata il 5 dicembre 1876 in casa del barone Pietro Ercole Visconti da un gruppo di studiosi, spinti a questa fondazione dal desiderio di scrivere una nuova storia di Roma, nella quale la visione “municipale” avesse il predominio sulla visione “pontificia”, che fino a quel momento era stata predominante. La prima riunione dei soci fondatori si tenne proprio a casa di Costantino Corvisieri, che in quell’occasione fu eletto presidente. Tra il 1877 e il 1878 uscì il primo numero  dell’«Archivio della Società Romana di storia patria». 
Intanto, due anni dopo nel 1878 fu eletto pontefice Leone XIII, che ben presto aprì agli studiosi di tutto il mondo gli Archivi Vaticani.
La Società all’inizio non ebbe una sede: le riunioni si tennero prima a casa del Presidente, poi, per concessione del principe Chigi, presso la Biblioteca Chigiana, quindi in alcuni locali presso San Carlo in via Quattro Fontane 94 (oggi via Depretis) ed infine il ministro Guido Baccelli assegnò alla Società l’uso di tre stanze annesse alla Biblioteca Vallicelliana
La cura della conservazione e dell’incremento della Vallicelliana fu dallo stesso ministro affidata nel 1883 alla Società, al cui presidente fu concessa l’alta direzione della Biblioteca.

BIOGRAFIA DI COSTANTINO CORVISIERI, ARCHIVISTA PRESSO L'ARCHIVIO DI STATO DI ROMA. Figlio di Alessandro e di Flavia Nardini, Corvisieri era nato a Roma il 19 febbraio 1824 dove morì l’11 novembre 1898. Oltre agli studi in Filosofia, Diritto civile e Canonico, era anche Paleografo e corrispondente storico.
Il 12 novembre 1870, dopo la caduta dello Stato pontificio, Corvisieri fu delegato agli Archivi governativi di Roma per farne la relazione e curarne la conservazione a Roma. 
Il 25 marzo 1871 fu delegato al trasporto e all'ordinamento temporaneo di detti Archivi a Roma. 
Dal 30 dicembre 1871 rivestì il ruolo di capo sezione nell'Archivio di Stato di Roma, e dal 23 dicembre 1875 archivista di II classe. 
Poi il 24 marzo 1881, fu nominato primo archivista di I classe e il 22 novembre 1896 collocato in disponibilità per riduzione di ruolo 
Fu anche cavaliere della Corona d’Italia Consigliere della R. Società Romana di Storia Patria.
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(1) Cgf. D. Gnoli, Description Urbis o censimento della popolazione di Roma avanti il sacco borbonico, sta in 4, in "Archivio della Società Romana di Storia Patria", XVII, Roma 189, pp. 375-520. 

30 novembre 2017

Nomi di strade, piazze e vicoli di Roma prima dell'Ottocento

Andando a ritroso nel tempo, dobbiamo arrivare alla seconda metà del '700, perchè a Roma ci si ponga seriamente il problema dell'individuazione dei nomi di strade, piazza, vicoli etc. Fino a quel momento non era stato redatto alcun elenco ufficiale.

NOMI DI STRADE E PIAZZE. I nomi che indicavano le strade e le piazze di Roma erano spesso incerti e quasi sempre collegati alla presenza di chiese, palazzi, monumenti antichi etc, che costituivano importanti punti di riferimento per la popolazione oppure alla presenza di varie e specifiche attività attinenti alla sfera economico- sociale (mercati, botteghe artigiane, osterie, luoghi pubblici).
Così, il nome di una strada, di una piazza, di un vicolo (etc) non era stato deciso ufficialmente da un ufficio competente o da un magistrato incaricato, ma il toponimo si era formato spontaneamente e si era tramandato in quel modo per consuetudine. 
Questi nomi erano in sostanza quasi tutti di origine popolare. 
Per le strade e le piazze più importanti la denominazione invece era più esatta e si è mantenuta dal XIV-XV secolo fino ad oggi.
Inoltre non esistevano lapidi o tabelle con l'indicazione del nome, e non  solo, ma i singoli edifici erano sprovvisti di una numerazione civica. 
E' difficile oggi immaginare un tale sistema, e capire come ci si poteva orientare in una contesto così arbitrario e approssimativo. 


21 novembre 2017

Il vetro a Roma. Aiuti per migliorare la produzione




Come per tanti altri prodotti, mediocre era la  qualità del vetro fabbricato a Roma. E' quanto riferito dall'importante inchiesta fatta dall'amministrazione francese del 1809-10. 
Però fin dall'epoca romana questo materiale era conosciuto  e  veniva utilizzato per la creazione di oggetti artistici e per oggetti di uso comune (bottiglie, bicchieri, vasellame etc).
STORIA DEL VETRO. Durante tutto il Rinascimento, Venezia era stata un punto di riferimento per l'arte vetraria di tutta l'Europa*. La raffinata produzione del vetro veneziano creava oggetti di uso comune, perlopiù in vetro cavo, e a partire dal Quattrocento oggetti "di lusso",  di grande valore economico, la cui tecnica veniva custodita e conservata segreta. 
Poi la supremazia passò alla Boemia, dove, a partire dal secolo XVIII, si cominciò a produrre il cristallo.  

Il letterato Francesco Sansovino  (Roma, 1521 – Venezia, 1583), nei suoi ritratti delle principali città ** decanta come singolarità Venezia, che in pieno Cinquecento utilizzava i vetri alle finestre. Quest'uso, già noto ai Romani antichi, se non proprio perduto, era decaduto a tal segno che i vetri delle finestre erano diventati una rarità  e una decorazione costosa e di gran lusso.


LE VETRATE SOLO I RICCHI SE LE POTEVANO PERMETTERE. Se  rivolgiamo la nostra attenzione alle strade, alle piazze, ai vicoli di Roma vediamo che sono tutti luoghi dove si affacciano finestre di ogni tipo, ovviamente  tutte dotate di vetri. Ma…nella Roma delle epoche passate l'elemento finestra-vetro, oggi indispensabile, era utilizzato? E come?
A Roma uno dei pochi palazzi, sopravvissuti al tempo,e che risente ancora dell’impostazione medievale è Palazzo Capranica. Commissionato nel secolo XV dal cardinale Domenico Capranica, come residenza per la propria famiglia e come collegio per l’educazione degli ecclesiastici.
Interessanti sono in particolare le finestre della facciata : bifore trilobate e alcune crociate guelfe. E soprattutto i piccoli vetri delle vetrate che, come si può vedere nella foto in alto, sono contenuti in profilati in piombo. 

Una rarità  anche nelle case agiate del Medioevo e del Rinascimento. Realizzate con vetri rotondi (occhi) tenuti insieme con striscioline di piombo, le vetrate erano costosissime e quindi solitamente riservate alle chiese o, in qualche caso, agli scriptoria monastici.  


Nel Medioevo e nel Rinascimento, quando grazie all'utilizzo dell'architrave, le finestre si ingrandiscono, specie quando viene a cadere la necessità della difesa, le stesse si presentano quasi sempre senza vetri e chiuse con portelloni di legno a scomparti, apribili a secondo della temperatura esterna e per poter dosare a piacere la quantità di luce. Lo scopo è quello di oscurare le camere e di proteggersi dal freddo.
Nella stagione meno luminosa alle finestre degli appartamenti signorili erano inserite le impannate che, come dice la parola, erano panni o carta prima intrisi di olio e poi incerati - quindi resi traslucidi e impermeabili - inchiodati su telai mobili applicati agli infissi.

Le finestre  erano quindi un segno di ricchezza, in quanto costosissime nella loro realizzazione. Perciò quando si vedevano finestre con vetrate si potere esser sicuri che si trattava di una casa appartenente a ricchi proprietari.

In queste epoche non era possibile produrre lastre piane di grandi dimensioni. Come già detto, sviluppata invece era la tecnica del vetro e del piombo, utilizzato per unire le lastrine in sistemi a notevole tenuta all'aria e resistenza statica.

AIUTI PER LA FABBRICAZIONE DEL VETRO. Dalla fine del 1700, nel piano generale di sviluppo economico,  i  pontefici   avevano cominciano a concedere privative di fabbricazione  cristallo per migliorare l’evoluzione di questo settore. Ma non solo! Sempre a Roma furono chiamati anche abili maestri da Venezia e dalla Boemia per insegnare e diffondere quest'arte. 
Quest'ultima aveva surclassato Venezia grazie alla scoperta della composizione del cristallo potassico.
A Roma fu però un fallimento. I maestri-vetrai ora con la scusa del clima non adatto, ora criticando la legna non di buona qualità ed infine con "con infine altre insulse ragioni" non riuscirono nell'intento
E' probabile che non  avessero interesse, che si diffondesse in altri luoghi l'antica arte della lavorazione del vetro, di cui erano e volevano rimanere unici depositari.

LE CARTE D'ARCHIVIO. Notizie dei tentativi fatti per migliorare questo e altri settori produttivi sono nei verbali delle sedute  delle Congregazioni economiche, conservate in parte nell'Archivio di Stato di Roma e in parte nell'Archivio segreto vaticano,  organismi istituiti in tempi diverse dai pontefici per  studiare problemi di tipo economico, fiscale. E' utile anche la docuemntazione del Camerale II, Commercio e industria. 
[continua]
[immagini:n. 1 e 2 Palazzo Capranica; 3- cattedrale gotica di Notre-Dame, 4 
Esempio 
di impannate]
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*Esistevano fornaci in molte città d'Italia, ma la loro produzione era esclusivamente d'uso comune e solo due meritano una citazione particolare: Firenze e Altare.
**cfr. Francesco Sansovino Ritratto delle più nobili et famose citta d'Italia

12 novembre 2017

Quando il papa Leone XII rispose in rima...


(1) Non è un caso raro che alcune carte d’archivio rimangano per secoli relegate nel buio degli scaffali dove sono conservate, sfuggendo spesso anche al più attento studioso. Così nell’archivio della Computisteria pontificia, conservata presso l’Archivio di Stato di Roma alcuni documenti aggiungono particolari relativi alla sfera privata di Leone XII, pontefice dal 1823 al 1829.

Annibale della Genga
si trovò a fare il papa in un momento storico delicatissimo, quello della restaurazione postnapoleonica.
Questo pontificato così centrale nella storia della Chiesa è già stato oggetto di importanti ricerche, che ne hanno evidenziato molteplici aspetti, a iniziare da quello economico, a quello più prettamente religioso, senza dimenticare quello artistico, e quello del governo dello Stato pontificio. 
Accanto a tanta grandezza, il tema qui affrontato racconta invece di povertà, di vecchiaia, di emarginazione, ma anche di generosità, e di devozione ad alcuni valori cristiani fondamentali.

SUPPLICHE AL PAPA. L’episodio di cui si vuole parlare accade nel 1828 e ha come protagonista Leone XII e un vecchio parroco del territorio marchigiano.
A Roma per qualsiasi affare per il quale non si volesse o potesse seguire il normale iter burocratico amministrativo si poteva rivolgere una supplica alla clemenza del Pontefice, chiamata “rescritto”, allo scopo di ottenere una risposta scritta di suo pugno, favorevole all’istanza presentata
Inoltre al Sovrano si poteva ricorrere contro provvedimenti emanati dall'autorità laica o religiosa che il ricorrente riteneva lesivi dei propri diritti o delle proprie aspettative.

Il Pontefice esaminava il caso e di suo pugno, o dando opportune istruzioni al Segretario dei Memoriali, definiva il ricorso e il più delle volte lo rinviava all'autorità competente per l'esecuzione.
In un mondo segnato dalla precarietà, dalla mancanza di garanzie assistenziali, specie in vecchiaia quando non si poteva più lavorare, in tanti si rivolgevano direttamente al Papa con lunghi elenchi di disgrazie, malattie, lutti per ottenere la sua benevolenza.
Nel 1828 a Papa Leone XII arriva, fra le tante, una supplica scritta in poesia. La firma è di un sacerdote nativo di Fabriano: Giuseppe Albacini, di anni 85.
Albacini era stato parroco di Pierosara, frazione di Genga in provincia di Ancona e nei registri parrocchiali, conservati nella chiesa di S. Sebastiano Martire, risulta che dal 1803 al 1820 tutti gli atti della parrocchia sono firmati da Lui.

Pierosara
Oppresso da problemi di salute e però capace ancora di comporre in rima, il parroco si rivolge al papa esponendo tutti i suoi guai: la vecchiaia, la cecità, la solitudine e l'estrema povertà. In passato per far del bene ai suoi fedeli, ha speso tutti i pochi averi e ormai vecchio e invalido osserva con rammarico di non poter contare sulla solidarietà di nessuno :
“L’uomo canuto oggi così si tratta / da questa ingrata sconoscente umana schiatta”.

IN SOGNO APPARE LA MADRE DEL PAPA. Dopo questa triste premessa, entriamo nella parte più importante della supplica: il sogno in cui gli appare Aloisia cioè Maria Luisa Periberti, discendente dal Paradiso, madre di Leone XII. Riconoscente al parroco per avere pregato per Lei nella messa celebrata subito dopo la sua morte, la nobildonna, anch’essa originaria di Fabriano, ha parole di orgoglio verso quel figlio diventato papa ( “…Gesù Cristo lo volle in sua terrena Sede / salda per sempre a mantener la fede…”) e verso la chiesa di Frasassi, ideata e fortemente voluta da Annibale Della Genga quando era ancora cardinale e finita di costruire nel 1827, dedicata proprio alla Madonna Madre di Dio, erroneamente attribuita all'architetto Giuseppe Valadier.
santuario Madonna di
Frasassi
RICHIESTA DI SUSSIDIO AL PAPA. Infine la Madre del Papa, consiglia il parroco di rivolgersi a suo nome alla grande misericordia di Leone XII per finire con dignità quel poco che gli resta da vivere.
Albacini segue il consiglio e scrive al Papa perché gli conceda un sussidio.
La reazione di Leone XII nel leggere una supplica così speciale, rispetto alle tante altre usuali che riceveva, non ci è dato conoscere. Ma il ricordo e l'intercessione della madre, di cui ne venerava la memoria, dovettero colpire il papa e produrre l'effetto sperato.
E così Leone XII di suo pugno scrive un rescritto, che nell’ultima frase è anch’esso in rima, e concede un sussidio al parroco: Si vera sunt esposita, / provveda il nostro tesoriere e all'oratore / faccia una assegnazione che gli conceda / modo di ben campare nell'ultime ore. / In breve, per cena pranzo e dejner/ gli passi ciascun giorno giuli tre. [...]
LE CARTE D'ARCHIVIO E LA BIBLIOGRAFIA. La documentazione citata è in ASR, Computisteria generale della RCA, 1477-1870, div.VII, b.481, fasc. 188.
Su Genga e sul ponticato di Leone XII è in atto un progetto pluriennale di ricerca che dal 2012 ha portato alla pubblicazione da parte dell’Assemblea
Legislativa della Regione Marche di ben sei volumi.
Citiamo fra gli altri: Il conclave del 1823 e l’elezione di Leone XII , a cura di Ilaria Fiumi Sermattei e Roberto Regoli (2016), e Antico, conservazione e restauro a Roma nell’età di Leone XII , a cura di Ilaria Fiumi Sermattei,
Roberto Regoli e Maria Piera Sette (2017).
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(1) Questo articolo è stato pubblicato nel settimanale "L'Azione" del 21/10/2017 pag, 22, clicca qui [...]